La città lontana

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Buone passeggiate
Quando una voce riesce ad incubarsi nel silenzio essenziale e precisarsi lontana da un ingorgo di grida assassine che la accerchiano per disintegrarla, se riesce ancora a dirle le parole che sono necessarie, a salvarle, limpide ed essenziali, è già un miracolo che può stupirci e commuoverci e cancellare un poco del nostro occidentale cinismo. La voce di cui parlo è quella del libro di versi che avete in mano e che presto incontrerete, scritto da un amico, Adelelmo Ruggieri, col quale ho condiviso un pezzo di strada, che ha un tono già sicuro, ed una voce nuda, priva di travestimenti intellettualistici. Non è timida come lui, ma piena di pudore, e avanza per sottrazioni.
Sommessa, mai gridata, non vuole essere nient’altro che se stessa. Ricorda e narra il tempo di un romanzo privato, famigliare e provinciale, ripercorre le stagioni e i paesaggi nel “minuto animale”, quello dell’assoluto quotidiano, quando la vita accade, procede per frammenti e malinconica pendolareggia tra passato e presente, nella classica ciclicità di ogni vita, che si completa là dove tutto era incominciato, “al punto di partenza”, nel punto morto e più lontano dove era iniziato l’attraversamento. Torna nel posto delle fragole, “l’albero della vita”, un luogo dell’infanzia che è già quasi sogno, esperienza imprendibile segnata dal rimorso “che tutto si rompa/che tutto si
guasti” di questa magia, e dove “Di domenica … il padre/aspettava che il figlio si destasse/per fingere lui di essere destato”, e ritrova il figlio del figlio, che solo adesso s’incammina (“Camminavamo lenti/sulla bella collina/Con le luci della festa/gli nascondevo la mia pena”). La voce ondivaga di questo libro riferisce, descrive, rivisita i luoghi e le persone delle geografie più intime, anche le più lontane, i vivi e i morti, i padri e i passi perduti, tra il dentro e il fuori bilancia il proprio punto di osservazione nel diario dei giorni. La visione si focalizza sempre nel rapimento dello sguardo: la messa domenicale, la domenica della vita, che in questi testi ritorna più volte come felicità perduta, i ragazzi del sabato sera, i nuovi “giovanotti di ora”, l’ultimo giorno dell’anno, l’estate e dopo l’estate quando “tutto riprende a morire”. Anche i tempi del lavoro, “un comporre finito”, tempi dei muratori e dei fabbri, dei cantieri, di lavori e sudori, quelli veri, restano indelebili come i segni lasciati da “La canottiera”, una sua poesia che lessi tanti anni fa e che non riesco a dimenticare. E qui i muratori “vestiti di blu alla cena”, “cordiali a festeggiare/a ricordare ogni mattone disposto” (le case, per l’appunto, una ossessione, “assedio delle cose”). Illuminazioni, brevi lampi nominano luoghi e cose memorabili, con sguardo ingegneristico: i giardini, le terrazze a mare, la desolazione delle case, il “minuto decoro”, la materica “calce che lega i mattoni”, gli interni morandiani con gli oggetti casalinghi raffigurati in controluce, il tempo perso che ritorna lontanissimo nelle epifanie, e una madre guardiana che “per lunghi anni (…) ebbe la vista acutissima e la mano ferma”. I reperti di memoria sono più veri
del vero, “c’è un lessico preciso/nelle povere cose”. Ma in questi versi non manca la contraddizione, l’incontro con la Storia, e la frase di Wittgenstein ammonisce: “Tu sai ciò che devi fare, per vivere felice; perché non la fai?” La resistenza non è mai ideologica, è esistenziale, si tratta di una opposizione di cose, “cose opponiamo/A non sappiamo cosa” dice. Questo è il piccolo mondo nostro contemporaneo di Adelelmo Ruggieri che tanto ci piace, di cui cogliamo un’intima necessità e consonanza, formale e morale. Vogliamo solo augurargli di poter continuare a dire le cose che ha da dire come le vuole dire.
Angelo Ferracuti

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