Gli anni della pioggia

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Carlo Carabba è un poeta unico nel panorama dell’ultima generazione. La maggior parte dei coetanei di Carabba pratica oggi una poesia “di presa diretta”, dove le cose non vengono più filtrate dalla retorica, bensì sono esaltate nella nudezza del loro spazio lessicale. Esistono però anche quelli che un tempo erano detti “metaforici”, coloro che danno ancora un senso all’ambiguità della parola, e sono una minoranza. Carabba viene da quest’ultimo gruppo, ma resta comunque un percorso isolato perché fa dell’ambiguità metaforica non uno strumento letterario, bensì filosofico: il grimaldello per toccare le punte più alte della sua poesia tra introspezione e realtà. Leggendo Semantica dell’amore si ritrova addirittura un manifesto di questa ambiguità dove al poeta tocca una missione, quella di allargare il significato delle parole. Carabba non lo dice, ma lo fa comprendere benissimo quando nella chiusa constata amaramente “Purtroppo l’italiano / ha un amore soltanto, e doloroso”. Carabba crede nel ruolo della poesia, in anni dove i poeti si interrogano su a cosa servono i poeti e la poesia, l’autore dà la sua risposta: sono indispensabili innanzitutto per il linguaggio, dunque la vita.
A proposito di vita. I testi de Gli anni della pioggia – in parte pubblicati su «Nuovi Argomenti», la rivista nella quale Carlo Carabba è cresciuto – rappresentano le due sfere private dell’autore: esistenza e studio. Da una parte c’è l’esperienza quotidiana del vissuto montata con l’osservazione dei particolari, degli oggetti secondari, la percezione del tempo, del paesaggio urbano. Sembrano esserci tutti gli ingredienti di alcuni percorsi ben riconoscibili nella tradizione poetica italiana del Secondo Novecento. In realtà Carabba sviluppa il sentimento del quotidiano attraverso l’occhio dei suoi studi teoretici. Proprio lo studio però che in tanta poesia “alta” ha costituito una zavorra ontologica, qui si tramuta nella fedele compagna del poeta: l’intima ossessione. Così l’approccio filosofico alla poesia non allontana mai il senso dall’intelligibilità. Sono poesie dove si esercita l’ambiguità, ma mai l’oscurità. La poesia di Carabba con pochi tratti dona al lettore una vertigine. La sua poesia inganna,
sembra pacificare, ma con un brevissimo passaggio entra in confidenza con la notte più buia aggiornando coraggiosamente la lezione di Robert Frost poeta caro alla formazione dell’autore. Tra le intuizioni dove Carabba si districa c’è la sua ossessione-Studio che sin dai primi versi esplode agli occhi del lettore: “Di notte studio date / persone e storie. E penso alla morte. / Ai centenari che non / avrò visto/ alle celebrazioni / passate che ero troppo piccolo / per apprezzare a pieno…”. In questa strofa tronca, quasi narrativa, tra innocenza e incoscienza, Carabba mostra la sua devozione verso le ragioni dell’umanesimo, il valore della poesia.
Mario Desiati

Carlo Carabba è nato a Roma nel 1980. Dottorando in Storia della filosofia, è redattore di «Nuovi Argomenti» e tiene una rubrica letteraria sul settimanale «Romacè».

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