Firmum

 10,33

Esaurito

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È un fatto eccezionale, in tempi di minimalismo lirico, imbattersi nell’opera di un poeta prepotentemente epico, cioè fino in fondo radicato in una condizione di classe, vincolato con la sua parola ad una dimensione comunitaria. L’orizzonte di Luigi Di Ruscio è da sempre la polis, il luogo da cui si parla (Fermo o Oslo, non importa), è la parte degli ultimi, degli sfruttati e cancellati dalla storia. Lì scopre ogni volta che la parola può essere testamento e arma, punto di svincolo dalle leggi di Capitale e Mercato, dalla normalità omicida dell’economia politica. Per questo i suoi versi sono percussivi, trascinanti, persino fisicamente gioiosi, pure se, come è detto in conclusione della presente raccolta, “il tutto risulterà una variante della stessa angoscia”. Ma una variante di continuo incandescente. Associando nel titolo l’idea dell’intransigenza e l’etimologia di un’origine geografica, Firmum è il libro di una lunga traversata, un diagramma mobilissimo che dal dopoguerra (anni di derelizione e
tuttavia di grandi aspettative) sfonda le pareti opache ed insonorizzate dell’oggi, ormai dentro al tempo della globalizzazione e del cosiddetto pensiero unico: lo compongono i testi d’esordio (Non possiamo abituarci a morire, del ’53, ridisposti secondo cronologia) e a seguire di Le streghe s’arrotano le dentiere (del ’66, liberamente riscritti), insieme con altri dell’ultimo decennio, parecchi dei quali provenienti da Enunciati (’93); integrano il volume le complici testimonianze di Franco Fortini e Salvatore Quasimodo, che già accompagnavano le prime due raccolte. Ora è dunque possibile rileggerle come tessere musaiche di un solo poema, nella cadenza che alterna tristezza filosofica e dirompenti ilarità corporali. Versi ora incisi su selce ora plastici e convulsivi, a trasmettere la verità di un poeta mai riconciliato: versi che rimangono pure se (dice Joyce, un maestro che ne anticipa la mobilità linguistica) noi non abbiamo più speranze di una palla di neve all’inferno.
Massimo Raffaeli

Luigi Di Ruscio è nato a Fermo il 27 gennaio del 1930 e dal 1957 vive a Oslo. Ha pubblicato Non possiamo abituarci a morire, con prefazione di Franco Fortini, Schwarz, 1953; Le streghe s’arrotano le dentiere, con introduzione di Salvatore Quasimodo, Marotta, 1966; Apprendistati, Bagaloni, 1978; Istruzioni per l’uso della repressione, con presentazione di Giancarlo Majorino, Savelli, 1980; Epigramma, Valore d’Uso, 1982; Enunciati, a cura di Eugenio De Signoribus, Stamperia dell’Arancio, 1993. Suo è anche il romanzo Palmiro, Il lavoro editoriale, 1986 e Baldini & Castoldi, 1996.

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